Ho letto giusto qualche ora fa "L'Opinione" sul giornale locale. Diceva che abbiamo bisogno di regole, che la crisi è frutto della mancanza di regole. Mi sono chiesta che cosa penso di questa affermazione e della conseguente dissertazione, visto che ho titolato questo blog nessunaregola.
... [sto ancora pensando]...
Di solito, per prendere tempo o per chiarirmi le idee su qualcosa, consulto la voce corrispondente sul dizionario.
Regola =

1 andamento più o meno ordinato e costante di un complesso di eventi: di r., normalmente, solitamente (est.) consuetudine, normalità
2 (est.) precetto, norma indicativa di ciò che si deve fare in certe circostanze norma, prescrizione
3 metodo che permette la risoluzione di problemi o l'applicazione di determinati assunti: le r. della grammatica
4 (ling.) nella grammatica tradizionale, norma prescrittiva per parlare o scrivere secondo il modello stilistico dominante in linguistica, ipotesi descrittiva sul funzionamento grammaticale della lingua o sui suoi mutamenti storici nella grammatica generativa, istruzione per assegnare a una frase una descrizione strutturale o per convertire intere sequenze di frase in nuove strutture derivate: r. di riscrittura
5 misura, modo: senza r., senza moderazione
6 il complesso delle norme con le quali generalmente il fondatore disciplina la vita comunitaria e gli obblighi degli appartenenti a un ordine religioso o a una congregazione libro o testo scritto contenente tali norme
[Lo Zingarelli 2008 riporta un settimo significato che tralascio perché troppo contestualizzato.]
Cominciamo dal principio:
Nei significati 1 e 2, la regola è la traduzione di una consuetudine o di un'idea di normalità: è una deduzione, un'opinione.
Nei significati 3 e 4, la regola è uno "strumento" di certezza (tranne che per la grammatica generativa, per cui è un'ipotesi priva di garanzia di verità).
Nel significato 5, regola è limite quantitativo.
Nel significato 6, regola è conditio sine qua non, condizione esclusiva di apprtenenza o esistenza.
Di che regole vogliamo parlare?
Di quelle opinabili che sono desunte da consuetudini? che garanzia di giustizia e verità hanno? Sono semplicemente statistiche. Utili, certo, innegabile. Ma fino a quanto?
Parliamo delle regole certe della linguistica e della matematica? sono applicabili alla vita?
Parliamo delle regole che misurano l'accettabilità degli eccessi di una condotta? su quale criterio si fondano?
Oppure vogliamo parlare delle rigide condizioni di accesso a qualcosa? se sono stabilite da qualcuno, sono condivise e applicabili a tutti?
Non è semplice parlare di regole. In nessuna delle accezioni citate. La regola è sempre una generalizzazione. E, se è vera, ogni generalizzazione esclude eccezioni. Quindi regole ed eccezioni sono incompatibili. Cosa difficile da accettare.
Fatte le regole del mercato, sono immediatamente superate dalle menti brillanti e innovatrici dell'economia [ ;-) ]; approvata la legge, scovato il modo di aggirarla; condiviso un codice, ecco condividere anche il caso particolare di inapplicabilità. Anche le regole della grammatica normativa non sono vere in eterno. Le regole del codice della strada, vanno rispettate, ma che dire quando lo stesso istruttore di guida ti consiglia di non rispettare il limite di 30 per non dare l'impressione di non saper gestire l'auto?
Preferisco parlare di "meccanismi", di "funzionamento", di "convenzioni", "codici". Perché ammettono la diversità, la creatività, la personalizzazione. Costringono ciascuno di noi a conoscere, riflettere, partecipare. Ci invitano a prederci le nostre responsabilità etiche, morali, sui risultati e sulle conseguenze delle nostre azioni. Permettono l'efficienza e l'efficacia, il "pensiero laterale".
Probabilmente l'autore del pezzo su "la Tribuna" di oggi voleva dire proprio questo: servono regole perché non ammetterebbero eccezioni, perché tutti sarebbero uguali di fronte alle regole condivise. Perché solo se esiste una regola che stabilisce l'"uguale" si può punire il "diverso". Ma tutti sappiamo che non funziona sempre esattamente così. Perché nessuno e niente cancellano l'unicità, la specificità, la singolarità: elementi imprescindibili dall'uguaglianza, dalla libertà e dal suo limite.
Visione troppo "umanistica"?